Lugano - Klee Melotti

KLEE

Paul Klee nasce nel 1879 a Münchenbuchsee in Svizzera da padre tedesco e madre svizzera (entrambi musicisti) ed è considerato pittore tanto svizzero che tedesco. Anche a Paul viene data un’educazione musicale che ne fa un abile violinista ma fin dalla gioventù prevalgono in lui il talento per l’illustrazione e la passione per le arti figurative. Passa a fatica gli esami di Umanistica a Berna notando, con il suo tipico umorismo: “Dopo tutto, mica è facile passare con l’esatto minimo, e si corrono anche dei rischi!”. Contro la volontà dei suoi genitori, va a Monaco a studiare arte. Di quel tempo, in gran parte trascorso in birreria o dietro modelle e donne di ogni estrazione, ricorderà in seguito: “Dopo tre anni mi convinsi che non avrei mai imparato a dipingere”. Dopo il diploma, viene in Italia, Roma, Firenze, Napoli, e i colori delle opere d’arte e del paesaggio italiani lasciano in lui una traccia indelebile. Nella pittura di Klee, il colore esprimerà sempre ottimismo e nobiltà di sentimento, antidoto e sollievo al pessimismo sarcastico dei suoi disegni in bianco e nero. Torna  a Berna, si dedica all’incisione e suona da violinista in un’orchestra. Nel 1906 sposa la pianista bavarese Lily Stumpf e la coppia si stabilisce a Monaco. Nasce un unico figlio, Felix Paul.

A Monaco avviene l’incontro con Kandinsky che lo associa al gruppo Der Blaue Reiter, di cui diviene presto uno dei membri più attivi e importanti.

Nel 1912 compie un viaggio a Parigi, dove percepisce i fermenti del Cubismo e conosce i primi esempi di “pittura pura”, come veniva originariamente chiamata l’arte astratta. Cominciano i suoi esperimenti con l’acquerello che lo portano a scoprire “lo stile che connette il disegno con il reame del colore”.

Un breve soggiorno in Tunisia nel 1914, dove viene conquistato dalla qualità della luce, è determinante e definitivo per l’arte di Klee: “Il colore ha preso possesso di me. Non devo più rincorrerlo, so che mi tiene in pugno per sempre … Il colore ed io siamo una cosa sola. Sono un pittore”.  Al suo ritorno, dipinge la sua prima opera astratta, Nello stile di Kairouan (1914), rettangoli colorati e qualche cerchio. Il rettangolo colorato diventa l’elemento base delle sue composizioni, considerato come una nota musicale che, combinata con altri rettangoli colorati, crea un’armonia cromatica assimilabile a un brano musicale.

Scoppia la guerra, che impegna Klee solo nei servizi ausiliari – non sarà mai inviato al fronte, anzi troverà il modo di continuare a dipingere e a esporre. La critica lo osanna e il suo lavoro conquista un considerevole  mercato.     

    

               Ad Parnassum (1932)

Nel 1921 viene chiamato a insegnare al Bauhaus, dove rimane per dieci anni. Nel 1929 il grande critico e storico dell’arte Will Grohmann gli dedica la prima Monografia.            

Ma arriva il 1933, il nazismo bolla la sua arte come Entartete Kunst, arte degenerata, e l’ebreo Klee, messo al bando, deve lasciare il Bauhaus e riparare in Svizzera, proprio quand’è all’apice della sua carriera artistica (Ad Parnassum del 1932 è considerato il suo capolavoro).

Espone a Parigi e a Londra, e finalmente incontra Picasso, per il quale nutre grande ammirazione. Si manifestano però i primi sintomi di una grave malattia, la sclerodermosi, che ne causa la morte nel 1940. La Confederazione svizzera gli concede la cittadinanza solo sei giorni dopo la sua morte.

L’originalissimo stile pittorico di Paul Klee rievoca, pur mantenendo la sua individualità, i più importanti movimenti artistici del Novecento, il cubismo, l’espressionismo, il surrealismo. Klee nasce come disegnatore di straordinario virtuosismo ma finisce per diventare un maestro e un teorico del colore (la sua Teoria della forma e della figurazione è ritenuta pari per importanza al Trattato della pittura di Leonardo). La sua produzione artistica è sterminata – più di 9000 opere. In esse si ritrovano spesso allusioni poetiche, simboli grafici, notazioni musicali. Di Klee Rainer Maria Rilke scrive: “Anche se non mi avessero detto che suona il violino, avrei giurato che molti dei suoi disegni sono trascrizioni di spartiti musicali”.

 



MELOTTI

Fausto Melotti nasce a Rovereto nel 1901. Allo scoppio della guerra mondiale si trasferisce a Firenze dove porta a termine gli studi liceali e ha l’opportunità di osservare da vicino le opere degli artisti del Rinascimento fiorentino quali Giotto, Simone Martini, Botticelli, Donatello e Michelangelo.

Nel 1918 si iscrive alla facoltà di Fisica e Matematica dell’Università di Pisa (l’essenzialità e il rigore elegante del matematico non lo abbandoneranno mai). Il suo corso di studi prosegue al Politecnico di Milano, dove, a 23 anni, si laurea in ingegneria elettrotecnica. Comportamento tipico degli artisti del tempo, non sta mai fermo, consegue il diploma di pianoforte (il ritmo e l’armonia delle composizioni musicali diventeranno la cifra distintiva della sua produzione artistica) e intraprende lo studio della scultura a Torino, presso lo scultore Pietro Canonica. Nel 1928 si iscrive all’Accademia di Brera di Milano, dove è allievo di Adolfo Wildt, considerato il più illustre scultore del suo tempo (fu lui a presiedere la giuria che assegnò a Enrico Pancera, e non a Ernesto Bazzaro, l’incarico per il monumento alla Vittoria di Monza, e Bazzaro la prese malissimo). Stringe un lungo sodalizio con Lucio Fontana. Nel 1932 accetta l’incarico da parte della Scuola artigianale di Cantù per un corso di plastica moderna. Si impegna in seguito nell’arte ceramica in una fertile collaborazione con Giò Ponti, allora direttore artistico della Richard Ginori.

 

Questo il suo manifesto artistico ed esistenziale: “Noi crediamo che all’arte si arrivi attraverso l’arte, frutto d’intuito personale: perciò tutto il nostro sforzo consiste nell’insegnare il piccolo eroismo di pensare con il proprio cervello”

Una posizione concettuale non molto dissimile da quella del suo cugino quasi coetaneo Carlo Belli, teorico dell’astrattismo, pittore e musicologo, autore del saggio “Kn” definito da Kandinsky il “Vangelo dell’arte astratta”. Di Belli è rimasto famosa l’espressione: «L’arte é». E per spiegarne il senso: «Essa quindi non è altra cosa all’infuori di se stessa: L’arte non è dolore, non è piacere, non è caldo, non è freddo».


 

    Melotti al Parco Rossini di Briosco                                          

I primi lavori di Melotti risentono dell’influenza di Novecento, il movimento che, in sintonia con l’ideologia fascista, domina la scena culturale italiana e attira a sé grandi personalità artistiche (basti citare Carrà, Sironi, De Chirico, Campigli). Nel tempo il suo stile muta, si avvicina all’astrattismo, sempre però nel filone di una sua personalissima ricerca, tesa a scoprire la poesia dei materiali cui fa ricorso (ceramica, gesso, strutture leggerissime in acciaio) e a sintetizzare nelle sue costruzioni scultoree, sempre intrise di una vena surreale e ironica, una “sorta di astrazione musicale”. Lo conferma lui stesso nel discorso per il Premio Rembrandt che gli viene assegnato a Milano nel 1973: “ la musica mi ha richiamato, disciplinando, con le sue leggi, distrazioni e divagazioni in un discorso equilibrato …”.

 Fra i numerosi riconoscimenti ricevuti dalla sua arte vanno ricordati la mostra personale antologica a Palazzo Reale di Milano nel 1979 e la grande retrospettiva del 1981 al Forte Belvedere di Firenze.


Melotti muore a Milano il 22 giugno 1986 e nello stesso mese la 42° Biennale di Arti Visive di Venezia gli conferisce il Leone d’oro alla memoria.